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Relazione del conte Demetrio Carlo Finocchietti sulla industria del legno quale era rappresentata all'esposizione universale di Vienna nel giugno 1873
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squallida solitudine di una gelida soffitta, mancante di ogni risorsa e affidato solo al genio istintivo della propria mente, logorato spesse fiate dal bisogno, e bene spesso sfinito di forze per la fame. Il lavoro eseguito sotto tanti tristi auspicii non può certamente avere quello sviluppo, che viene determinato dai locali delle grandi officine, ove T operaio vede modelli a piacere, possiede arnesi adattati, vive e respira in una atmosfera capace di sostenergli le forze, sente consigli, vede di­segni ; non gli mancano aiuti di qualunque sorte e maniera. — Ma però a queste grandi risorse convien pagare il tributo dell’amor proprio non sempre soddisfatto a seconda dei propri desiderii.

La giustizia distributiva fu e sarà sempre lo scoglio maggiore della umanità, imperocché viene sempre sentita in un modo molto diverso: e quello che è pur equo ad uno, sembra ingiusto a tal altro e via di­scorrendo.

Concludendo adunque queste poche considerazioni, io dico, che se gl’ Italiani non ebbero in questa sezione tutte quelle ricompense che forse speravano, e delle quali sarebbero stati anche meritevoli, la colpa non deve attribuirsene nè ad assoluta deficienza di meriti nei lavori nè a cattiva volontà o trascuranza di esame nel giurì.

Se non tutti gli oggetti poterono ottenere un premio, il motivo è fa­cile a comprendersi: — se alcuni poi ebbero un premio inferiore ai loro meriti, e ai loro desiderii , la colpa non deve attribuirsi ai giurati, ma sibbene alla necessità ineluttabile di aver dovuto sostenere dei confronti serissimi con moltissimi altri oggetti di simil genere e nostrani e di altre nazioni. Infine se gli esami furono attentissimi e i giudizi severi, io credo che ciò debba più tornare a decoro del giurì , che a sua condanna, im­perocché in tali casi, credo che sia più desiderabile una soverchia se­verità, che una sconsigliata prodigalità di ricompensare. Sarebbe stato giusto il lamento se il giurì avesse avuto due pesi e due misure; ma sic­come fu imparziale e severo con tutti ugualmente, così non può di nulla essere accusato.

Il giuri infine fu unanime nel riconoscere che gl’italiani lavorano l’intaglio in legno con molta franchezza e precisione, che sanno dargli una particolare impronta, ma che bene spesso difettano nelle buone com­posizioni, e nell’esattezza dello stile delle epoche, il che dimostra chiara­mente più genio, che studio negli artisti.

Il bisogno di studiare è stato sempre poco sentito fra noi, e si è sempre follemente creduto, che basti l’aver qui respirate le prime aure di vita per diventare artisti.

Si nasce col sentimento dell’arte ■— ma non si diviene artista senza studio. Di tale verità pare che adesso si vadano persuadendo i nostri giovani; e le scuole di disegno infatti sono più frequentate di prima, e le regole dell’arte vengono giornalmente riconosciute la vera guida per